Dal 2006 Movimento Nazionale per la promozione e tutela dell'Artigianato Artistico e di Tradizione Italiano

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SOCIA FONDATRICE E PRESIDENTE

SOCIA FONDATRICE E PRESIDENTE

PRIMA PARTE
Quando si parla di Artigianato Artistico, si pensa subito all’Artigianato Generico. Questo dimostra che siamo stati abituati ad un pensiero fuorviante legato ad un sistema legislativo che favorisce fortemente l’imprenditoria e la nascita di P.M.I. e Micro Imprese di cui agli artisti artigiani, che lavorano prevalentemente in forma autonoma, spesso presso il proprio domicilio mentre assistono ai propri cari, ai propri figli, poco importa. Ovvero, tutto, nel nostro Paese (legislazione, categorie, corsi di formazione ecc.), ruota intorno alla creazione di Impresa. I corsi di formazione professionale, nella fattispecie, prevedono sostanzialmente che i destinatari delle azioni formative, frequentino ed imparino per diventare in prima istanza imprenditore. Artista Artigiano, poi.
La mia prima esperienza lavorativa dopo la Maturità, fu quella di impiegata nello staff di settore, presso la Fiat Auto s.p.a., a Torino, dove mi occupavo, tra l’altro, di interpretare la legislazione all’epoca vigente, finalizzata all’ottenimento di finanziamenti e contributi destinati alle attività delle Società del Gruppo. Settore industriale quindi, che cassava la mia naturale vena artistica.
Come molti altri che cercavano un lavoro meno spersonalizzante e più creativo, dopo vent’anni traslai la mia esperienza nel settore tessile che dipendeva direttamente dall'industria: l'unica differenza era il numero dei dipendenti. Anche qui il lavoro degli addetti, era sempre ripetitivo, ma anziché davanti alla linea di montaggio di automobili, stavano davanti ad una macchina che torceva i fili, senza conoscere le altre fasi di lavorazione, per cui era richiesta soprattutto la sveltezza di esecuzione. Mi resi subito conto che anche quell’esperienza non mi era congeniale. Avrei dovuto ricominciare tutto daccapo. Ero consapevole che per imparare un mestiere o un'arte, quello che avrei da sempre voluto fare, occorreva trovare un maestro artigiano disposto ad insegnarmi: cosa all’epoca già molto difficile per alcuni motivi ancora attuali:
- Da una parte, l'artigianato aveva subito l'impatto con l'industria e con il consumismo: era iniziato un processo che ha portato alla mania per gli oggetti firmati o alla realizzazione di messaggi pubblicitari per cui, per essere realizzati e soddisfatti, basta possedere un'auto di prestigio.
- Dall’altra, con le nuove leggi ereditate dalle vertenze contrattuali dei dipendenti dell'industria, assumere un apprendista era diventato un onere difficilmente sostenibile per quel tipo di artigianato che oggi è definito artistico e tradizionale.
- Per un artigiano il proprio mestiere, o arte, è l'unica vera risorsa su cui poter contare. Insegnarlo richiede tempi lunghi e pazienza e un apprendista non si ripaga da subito, a meno di non avere una produzione in serie dove poterlo inserire dopo poche istruzioni.
- Inoltre, una volta imparate le basi del mestiere c'è il rischio che l'apprendista se ne vada magari creando concorrenza.

Da tutto questo si evincono le difficoltà per cui il rapporto apprendista/artigiano non si instaura con facilità e con chiunque.
Nel frattempo, nell’85 era stata promulgata la legge quadro sull'Artigianato (Legge 8 Agosto 1985 n. 443) che aveva introdotto la definizione di "artigiano imprenditore", credendo di individuare in questa figura l'inevitabile evoluzione del vecchio sistema artigianale.
Si riconoscevano all'artigianato le qualità di poter resistere alle crisi cui l'industria era soggetta e un patrimonio culturale innegabile e si pensò che se queste qualità avessero avuto gli stessi strumenti dell'industria (tecnologia, struttura, marketing, legislazioni ecc.) ci sarebbe stato un rilancio. C'era la convinzione, e c'è tuttora, che la figura imprenditoriale avrebbe creato occupazione e che la tecnologia significasse il miglioramento della qualità dei prodotti divenendo più competitivi.
Ben prestoperò questo aspetto si dimostrò inesatto. Basta pensare ai virtuosismi degli orafi etruschi che molti hanno cercato di imitare non riuscendo a riprodurre la stessa finezza e abilità, oppure agli inimitabili cartoni disegnati dai grandi maestri del pennello destinati alle botteghe medieval-rinascimentali dei ricamatori, arazzieri e tessitori.
E' comunque rimasta opinione comune che lo sviluppo economico debba per forza ruotare intorno all'industria, nonostante le profonde crisi che attraversa, e che tutto il resto debba essere complementare.
Probabilmente il legislatore, con la Legge Quadro, intendeva regolamentare anche tutto il settore emergente delle imprese direttamente dipendenti dall'industria o derivanti dalla frammentazione dell'industria. Restando nel settore tessile, invece, le grandi industrie furono smantellate, i telai furono dati con la formula dello sconto-lavoro agli ex operai che si misero in proprio. La classe operaia si disperse e si indebolì, gli industriali si liberarono così di molti oneri e costi. Le piccole ditte affiliate all'industria venivano a onor del vero, chiamate artigiane: in realtà erano operai che avevano perduto gran parte dei diritti dei lavoratori.

SECONDA PARTE
Dunque la Legge Quadro sull'artigianato uniformò la realtà artigiana che di fatto è, ed è sempre stata molto variegata, dando per scontata, in qualsiasi mestiere, la struttura imprenditoriale. L'idea alla base della formulazione della legge quadro è che il moderno artigiano deve:

1)  conoscere bene il proprio mestiere (logicamente, n.d.r.);

2)  esercitarlo nella propria ditta (e fin qui va bene, n.d.r.)

3)   insegnarlo agli apprendisti nelle scuole di formazione gestite dalle regioni (dove ci sono pochissimi Mestri artigiani come insegnanti n.d.r.);

      4)   imparare le nuove tecnologie, l'informatica, la lingua inglese, la progettazione, il   marketing, la comunicazione, le pubbliche relazioni, l'organizzazione aziendale (di cui all’artista artigiano poco importa, mentre importa agli Enti di Formazione professionale unici  beneficiari di contributi erogati dal “sistema” che favorisce la nascita della P.M.I. E per rendere più difficile l’accesso ai privati di questi fondi, ecco che le Regioni da qualche anno si sono inventate la lunghissima e difficoltosa procedura burocratica dell’Accreditamento. Così si è venuto a creare un circolo vizioso di cui beneficiano sostanzialmente sempre e soltanto gli stessi Enti di Formazione, che si consorziano magari tra di loro o con Soggetti privati “accuratamente selezionati”, n.d.r.).
Dopo aver frequentato alcuni di questi corsi, sicuramente non traendo alcun beneficio per quanto riguarda gli aspetti storico-artistici e squisitamente tecnici, ad un certo punto della mia vita, investendo risorse personali e con enormi sacrifici, mi sono dedicata completamente all’Artigianato Artistico, prima come ditta individuale, poi in forma cooperativa di produzione e lavoro, assimilata, quindi alla P.M.I. Ebbene: nonostante avessi solide basi come esperta aziendale, faticai molto per conciliare il lavoro manuale con gli impegni delle scadenze, della contabilità, il contatto con il pubblico e la vendita dei manufatti. Poiché alla fine, tutto questo diventava un secondo, terzo e anche quarto lavoro e motivo di forte stress.
Allora incominciai a chiedermi: come può un artigiano, che magari non ha avuto l’occasione nella vita di maturare la mia esperienza, essere nello stesso tempo anche imprenditore?
La risposta è stata semplice: certamente cambiando mestiere, cioè diventando un imprenditore e basta!
Nella mia mente una convinzione martellante: questa uniformazione ha negato l'identità di una consistente fetta di artigianato, per lo più appartenente a quello che viene definito Artistico e Tradizionale. Tale identità è caratterizzata dall'essere ditte individuali, familiari, con scarsa o nessuna presenza di dipendenti, che si basa su un sapere tramandato e consolidato nel tempo a cui non occorre molta nuova tecnologia, da tempi di apprendimento lunghi, nella bottega artigiana non c'è divisione dei processi di lavorazione (l'artigiano deve sapere fare tutto dall'inizio alla fine durante la realizzazione del lavoro), non c'è separazione fra l'ideazione e la realizzazione (non occorre un designer, una macchina computerizzata per la prototipazione con relativo tecnico...), per cui un apprendista non si ripaga che dopo molto tempo e molti sforzi da parte del maestro artigiano per insegnargli il mestiere.
Questo artista-artigiano che sarebbe dovuto scomparire ha continuato ad esistere, ai margini, dimenticato (e spesso c'è da dire: per fortuna dimenticato!), ricordato solo per comodità. Talvolta visitato come un'attrazione da giardino zoologico che avvilisce e intristisce il valore del suo lavoro, ha continuato ad esistere nella figura dei maestri formatisi prima degli anni '70-'80 (B. Bini) la cui vicinanza, per chi lavora come noi è un vero toccasana, una fonte di ispirazione e di energia. Egli continua ad esistere nella caparbietà di chi è andato avanti nonostante tutto, perché bisogna veramente crederci, visti i modesti profitti, l'indifferenza degli enti locali, gli svantaggi e le umiliazioni.
Il colmo è che all'Artista Artigiano si danno anche tutte le colpe: sono luoghi comuni dire che non è propenso a rinnovarsi, ad accettare la tecnologia, ad associarsi, a partecipare, insomma ha il difetto di non volersi adeguare ai modelli teorizzati, di voler esistere e mantenere la propria identità.
La stessa Legge Quadro, fa riferimento anche alla formazione professionale, che era delegata alle Regioni e province e si dovrebbe muovere nell'ambito delle indicazioni europee e delle leggi dello Stato.
Ambedue partono dal presupposto che esista solo una struttura divisa fra imprenditoria e occupazione, due figure con mansioni e ruoli ben distinti. Secondo questo criterio, esiste appunto solo la PMI (Piccola e Media Impresa) formulata dalla legge e, tutto quello che non rientra dentro questa formula, o non è preso in considerazione oppure è regolato da leggi inadeguate ed  inefficaci. Molti Artisti-Artigiani di fatto subiscono le scelte e le normative che vengono loro applicate, ma che non li rappresentano.
L'Artista-Artigiano, quindi, per garantirsi la sopravvivenza, è così costretto dal pessimismo alla politica del non fare. All'individualismo, perché come si muove incominciano i guai: si mantiene cioè al di fuori di tutto quello che non è il proprio piccolo, sperando di essere lasciato almeno in pace.
Ancora più inefficaci sono le normative sulla formazione professionale. Il mezzo di formazione per eccellenza dovrebbe essere, come è sempre stato, l'apprendistato, ma, come ho già detto, per molti artigiani è impossibile tenere un apprendista.
Venendo
a mancare l'apprendistato, che consiste in una lunga e assidua frequenza di bottega (e visto che l’artista-artigiano è destinato all’estinzione, mi domando quale destino avranno le pochissime botteghe, n.d.r.), i corsi di formazione si basano soprattutto sulla formazione imprenditoriale, riempiendo il vuoto di un Maestro artigiano con altre materie. Questa situazione permette a un numero crescente di persone di inserirsi nel vuoto creato dall'assenza di Artisti-Artigiani veri e propri, che rappresentano i "filtri" attraverso cui passa ormai la totale quantità di aiuti e di sovvenzioni, che potrebbero essere destinati all'Artigianato Artistico.
E ancora: un proliferare di Maestri ed Esperti qualificati, non si capisce bene come e da chi, visto che non esistono ancora formatori riconosciuti e qualificati dallo Stato nel settore dell’Artigianato Artistico.
Tutta questa situazione ha comportato anche una progressiva divisione fra il "sapere" e il "saper fare": ll primo delegato alle accademie, alle associazioni di categoria, agli specialisti delle leggi di mercato, agli informatici, ai tecnici, agli psicologi ecc. Il secondo relegato all'Artista-Artigiano, il cui compito si restringe così a "dimostrare" o mostrare in pratica le nozioni precedentemente insegnate (attenzione: solo a livello teorico, n.d.r.) r
iorganizzate dai suddetti specialisti.
Difficilmente da qui si ottiene un artigianato di qualità, che non sarebbe impossibile, ma che richiederebbe, dopo il corso di formazione, grande fatica, volontà, dispendio di energie e soldi "a perdere". Nella maggior parte dei casi, accade che quei giovani che hanno il coraggio di mettersi in proprio non ce la fanno e si vedono costretti a cambiare attività.
In tutto questo, una nota positiva personale: a un certo punto, la consapevolezza di essere sfruttata come artista-artigiana-filtro è stata la causa scatenante della mia ribellione divenendo il volano che mi ha permesso di laurearmi a tempo di record in Conservazione di Beni Culturali con indirizzo storico-artistico-antropologico. Questo mi ha permesso di dialogare “ad armi pari” con i professionisti del “sapere”, consentendomi, nel contempo,  di cogliere altre questioni legate al mondo della Scuola. Ma questo è un altro argomento che meriterebbe un discorso a parte, anche se strettamente legato alla materia dell’artigianato artistico e di tradizione, poiché a mio avviso, per colmare il vuoto generazionale venutosi a creare e risollevare il settore dell’artigianato artistico e di tradizione, bisognerebbe avere il coraggio di fare un passo indietro e ripartire proprio dal mondo della Scuola.
La Legge Quadro, inoltre, per quel che concerne l'Artigianato Artistico e di Tradizione, aveva formulato lo strumento della bottega-scuola gestita da un maestro artigiano, ma non si capisce bene, una volta definiti i requisiti di ambedue, cosa devono fare, quali stimoli ci sono oltre alla possibilità, forse, di beneficiare di qualche contributo. Nella Legge Quadro c'è poco e nulla: si delega tutto alle Regioni e alle province che hanno parcellizzato capillarmente i fondi che vengono destinati alla valorizzazione dell'Artigianato Artistico e di Tradizione.
Pare che, per quanto riguarda l'Artigianato Artistico e Tradizionale, nessuno sappia bene di che cosa si stia parlando. Gli si cuciono addosso tanti vestiti che non stanno insieme e che non rispecchiano la realtà, lo dimostra l'inefficacia delle leggi, delle associazioni di categoria, della formazione professionale (tutte promuovono soltanto la CREAZIONE DI P.M.I. e non tutelano gli interessi degli artisti-artigiani che svolgono tali lavorazioni in maniera autonoma continua o occasionale producendo OPERE DI INGEGNO).

Quando nel 2006 ho fondato l'Associazione UNIONE ITALIANA ARTISTI ARTIGIANI, ho ritenuto importante  dettare alcune linee guida:

Chi è l’Artista Artigiano ?

Nello Statuto Sociale di UN.I.ARTI, per artista artigiano si intende colui che:

1) Produce
- opere per le quali si può dimostrare l’esistenza storica e/o appartenenti alla tradizione culturale (italiana);

2) Esercita prevalentemente mediante tecniche manuali, fatte salve singole fasi meccanizzate o automatizzate ad esclusione di processi di lavorazione interamente in serie:
- un mestiere o un’arte, in maniera autonoma, in forma occasionale o continuativa, part time o full time e che le sue opere, avendo carattere di esclusività, sono per questo da attribuire alla totale opera del suo ingegno.
E qui entriamo nel cuore della questione: creare OPERE D’ARTE, dunque, poiché di questo si tratta, non significa essere o diventare necessariamente imprenditori. E' inutile che si cerchi di inculcare nella testa della gente questo concetto.
Significa, invece, avvicinarsi con gusto squisitamente estetico a forme d'arte più elette.
Significa essere liberi di dare sfogo al proprio estro senza saper necessariamente conoscere il linguaggio informatico, saper far di conto, sapere cos'è la legge 626, o essere necessariamente iscritti ad Associazioni di Categoria - che per statuto sociale hanno l’obiettivo di tutelare CHI FA IMPRESA e non gli artisti artigiani - per non essere tagliati fuori dal sistema nazionale. Anche perché non è possibile svolgere umanamente nello stesso tempo, dette professionalità.
Creare con le proprie MANI, senza diventare necessariamente imprenditori, non significa voler restare nell’ignoranza. Significa semmai non volersi paragonare a rispettabilissimi mestieri di cui fanno parte anche autisti, muratori, carpentieri, manovali, idraulici ecc. che rientrano nella categoria, appunto, dell'artigianato generico dove per consuetudine ormai sono inglobate anche i Mestieri degli Artisti Artigiani.
Impegnato a promuovere a tutti i livelli la creazione di impresa, il Governo sta causando la mortalità di tutto il settore di cui fanno parte milioni di persone che, paradossalmente, sono sfruttate da chi fa impresa, al pari di veri “incettatori moderni”.
E qui sta un altro nodo: nel momento in cui l’Artista Artigiano inizia la sua avventura lavorativa, gli piovono addosso costi sproporzionati, create dal sistema per chi fa impresa, tra cui costi fissi di gestione, oneri bancari e quant’altro. Tenuto conto delle garanzie che sono richieste dalle Banche a coloro che richiedonoun finanziamento per lo start-up della propria attività.
Rivendichiamo quindi la nostra identità culturale, perché ogni nostro manufatto è un'opera d’Arte Applicata, scaturita dal proprio ingegno, UNICA non seriale, affatto Minore e riveste carattere di esclusività che merita di essere vista con lo stesso sguardo e interesse con il quale si ammira un dipinto, un affresco o una scultura dei grandi Maestri.
Raffaello stesso, e tanti altri celebri coevi, ai suoi tempi per sbarcare il lunario tra un incarico e l'altro, disegnava i cartoni dei libretti dei modelli per ricamatori, per chi produceva il merletto e chi tesseva. D’altronde è sotto gli occhi di tutti, soprattutto negli ornati, negli stili e nelle fogge, l’influenza tra le Arti Maggiori e le cosiddette Arti (affatto) Minori di cui fanno parte l’Artigianato Artistico e le Arti Applicate. E non solo: le opere d’arte degli artisti artigiani, dal punto di vista antropologico, comunicano. Come afferma Baxandall:
L’artista non è tanto grande perché ha creato un’opera bella e preziosa, quanto perché l’ha saputa rendere veicolo del messaggio”.
Esse rappresentano una sintesi di elementi molteplici che hanno trovato un accordo stilistico in virtù di una felice determinata combinazione. Offrono lo spunto per svolgere ulteriori interessanti indagini future nel campo della demologia e storiografia dell’arte popolare di quel determinato territorio, degli sviluppi della concezione artistica, del repertorio ornamentale e delle tecniche di lavorazione.
Sembra ci sia un modello europeo, a cui è imperativo uniformarsi, prima di tutto per avere i requisiti per prendere i fondi e poi in nome di uno sviluppo imprenditoriale che è del tutto estraneo alla natura e ai contenuti di questo tipo di artigianato. Tutto questo a costo di distruggerlo, come è accaduto e sta accadendo.
Dell'artigianato artistico non interessa nulla a nessuno, se non quando c'è da fare i burocrati e da raccattare fondi o consensi (voti), o da guadagnarci, o quando c'è bisogno di sfruttare un'immagine (la pubblicità la sa lunga su questo, con il "fatto a mano" i "sapori di una volta"). Non interessa alla maggior parte degli enti locali né alle associazioni di categoria, alle banche. A nessuno insomma.
Anzi, la mia esperienza, fin’ora, mi ha insegnato che più si sta alla larga da tutto questo e meno rischi si corrono di essere strumentalizzati e di trovarsi in situazioni spiacevoli. L'individualismo e la chiusura dell'artista artigiano hanno un senso: e cioè che egli può fare affidamento solo sul proprio mestiere, unica ricchezza e patrimonio, conoscenza ed esperienza insieme, che hanno sempre un prezzo abbastanza alto perché non esistono scorciatoie.

Perciò è naturale chiedersi: perché svendersi?

Alcuni forse penseranno che è facile criticare e basta. Invece io dico che non è affatto facile, dal momento che, almeno per quanto mi riguarda, combatto con questa situazione dalla fine degli anni Ottanta, ovvero da quando ho deciso di avvicinarmi a questo settore di nicchia che ormai alloggia nel mio DNA.